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DEDALUS di James Joyce
Ritenuto il primo di un’ideale trilogia di memorie dublinesi (insieme a Gente di Dublino e Ulisse) e forse oscurato dalla fama di questi due, Dedalus si può considerare come l’autobiografia, o meglio l’autoritratto, del suo autore.
Il testo è un racconto
distaccato e fedele dei primi vent’anni della vita di Joyce, o almeno
così pare, perché i ricordi sono tutt’altra cosa dalla realtà, vengono
influenzati dai nostri pensieri, dall’impatto che gli eventi hanno
sulla nostra vita, dai sensi a cui sono legati.
Non a caso, le prime pagine
sono delle pennellate rapide d’infanzia, in cui anche il linguaggio è
quello di un bambino, dell’incoscienza, dell’ingenuità, dell’infantile
essere legati al qui e ora.
Non a caso, proprio a metà del libro, ci sarà una
lunghissima parte dedicata a una sorta di conversione dell’autore, un
fortissimo cambiamento spirituale che scaturirà dalle parole di un
predicatore.
Prima di queste, una grande inquietudine, l’incertezza dell’adolescenza, del dover imparare la vita. Dopo di esse, una sorta di serenità, seppur non
gioiosa, di chi nel mondo è ormai entrato, di chi ha compiuto le
proprie scelte, di chi ha deciso da che parte stare. Autobiografia sì, ma anche imperdibile romanzo di formazione.
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