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Favole per robot di Stanislaw Lem
Pensiamo
alle fiabe che si leggono da bambini, come quelle di Fedro o di La
Fontaine (“La volpe e l’uva”, “Il lupo e l’agnello”), con le loro
storie esemplari. Prendiamo quelle favole naufragate nella memoria e
riempiamone l’anima di ingranaggi. Immaginiamo i re e le regine, i
cavalieri e le principesse, gli eroi e i tiranni e diamogli una forma
nuova. Trasformiamoli in robot metallici dai crani di cristallo,
ricopriamoli di pietre e minerali, trasferiamoli su pianeti persi nello
spazio, nell’immensità dell’universo o nelle oscurità oceaniche.
Disarcioniamoli dai cavalli e facciamogli pilotare navicelle spaziali
in mezzo al buio stellare. Ed ecco che si viene catapultati, tra
geniali inventori e bizzarre creature, nella mitologia sputnikiana di
Stanislaw Lem, nelle leggende dei robot ribellatisi all’Uomo, scritte
per i robot delle generazioni successive. Dato alle stampe nel 1964, a
un decennio dal Patto di Varsavia – che legava la Polonia, patria
dell’autore, all’U.R.S.S. e a un mondo di censura – il libro,
costellato di termini allusivi e surreali, affronta i temi della
guerra, della tirannia, del potere – e dell’Uomo in relazione ad essi.
Per umani con l’hobby del Meccano.
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